Gli impianti per la produzione di energia possono essere di molti
tipi. Una prima distinzione fondamentale è in sistemi connessi alla rete elettrica (o grid-connected) e sistemi non connessi alla rete elettrica
(cioè off-grid),
isolati.
Gli impianti grid-connected sono normalmente
utilizzati per fornire alla rete elettrica nazionale l'energia da loro
prodotta e/o per prelevare energia aggiuntiva dalla rete in caso di
bisogno. Risultano quindi ottimi nel caso in cui si voglia fare
soprattutto un investimento grazie al facile guadagno garantito dagli
incentivi statali esistenti, tra cui in particolare lo "scambio sul
posto" e la "cessione in rete".

Gli
impianti off-grid, invece,
sono in genere usati quando si deve (oppure quando si vuole) essere
completamente autonomi dal punto di vista energetico. Il caso tipico
è quando si è lontani dalla rete elettrica: si pensi, ad
esempio, a utenze poste su isole o in altri luoghi remoti del pianeta.
Quindi, gli impianti grid-connected possono
essere associati alla parola "guadagno", gli off-grid alla parola "autonomia".
Si noti che gli impianti off-grid,
essendo per definizione non connessi alla rete, sono giocoforza autosufficienti (o stand-alone), mentre non è
vero il viceversa: cioè un impianto stand-alone può essere
benissimo anche grid-connected.
Mentre gli impianti grid-connected tipicamente
immettono in rete l'energia prodotta da una sola fonte rinnovabile (ad es.,
sole, vento, acqua, etc.) - per cui parliamo in questo caso di sistemi monofonte - gli impianti off-grid normalmente utilizzano almeno due fonti di energia, e in
tal caso parliamo invece di sistemi ibridi,
come riassunto per comodità nel seguente schema:
Schema
1 - Impianti tipici per la produzione di energia e relativa nomenclatura
| Un
impianto che ha come obiettivo... |
solitamente
è... |
perciò
in genere risulta... |
e
inoltre... |
| Guadagno |
connesso
in rete (grid-connected) |
non
autosufficiente (grid-dependent) |
monofonte (monosource) |
| Autonomia |
non
connesso (off-grid) |
autosufficiente (stand-alone) |
ibrido (multisource) |
Gli impianti ibridi, in effetti,
sono sistemi avanzati per la produzione di energia che per definizione
impiegano due o più fonti, di cui almeno una rinnovabile.
Le potenziali combinazioni ibride comprendono (co-)generatori di
elettricità con combustibili immagazzinabili provenienti da
fonte rinnovabile o di origine fossile (ad es. celle
a combustibile alimentate da idrogeno, generatori diesel alimentati a
gasolio, turbine a gas, etc.) i quali affiancano le tecnologie basate
su fonti di energia rinnovabile (ad es. eolica, solare, idroelettrica,
biomasse, etc.).
Sono esempi di possibili sistemi ibridi: (1) un impianto eolico integrato con un generatore diesel o (2) un campo di pannelli fotovoltaici integrati con celle a combustibile, ma anche soluzioni più complesse, come (3) un impianto fotovoltaico + eolico integrato, per la co-generazione, con celle a combustibile + microturbina a gas.
Tutti i sistemi autosufficienti (in inglese, stand-alone) che utilizzano fonti rinnovabili sono sistemi
ibridi, perché l'energia fornita da tali fonti è
intermittente, cioè varia nel tempo (ad es., si pensi alla
variabilità del vento o dell'irraggiamento solare).
Poiché come abbiamo detto tutti gli impianti off-grid sono necessariamente stand-alone, tutti gli impianti off-grid che usano fonti
rinovabili sono sistemi ibridi, ma al solito non è vero il
contrario: esistono sistemi ibridi che sono grid-connected.
Negli impianti ibridi, l'integrazione di due o più fonti
riduce il rischio di rimanere in certi momenti senza l'energia
necessaria, e dunque aumenta l'affidabilità del sistema;
inoltre, permette di superare le limitazioni insite in alcuni sistemi
monofonte (si pensi, ad es., ai generatori diesel) per quanto riguarda
la flessibilità del combustibile, l'efficienza del sistema, le
emissioni di CO2 e il budget. I sistemi ibridi, dunque,
offrono soluzioni che le singole tecnologie da sole non offrono.
Gli impianti ibridi possono essere progettati - come fa INDEPENDERGY -
privilegiando l'uso di fonti rinnovabili (in particolare dell'eolico,
del solare fotovoltaico e del solare termodinamico) nonché
dell'idrogeno per immagazzinare l'energia, ottenendo così un
sistema il più
possibile "pulito" e indipendente dal prezzo del petrolio rispetto alle
tradizionali
tecnologie basate sui combustibili fossili.
In passato, un impianto ibrido tipico utilizzato, ad esempio, per
fornire elettricità in aree remote
o rurali, consisteva in una serie di pannelli fotovoltaici, in una
batteria e in un generatore diesel, e il sistema veniva ottimizzato in
modo da consumare poco gasolio e da usare una batteria piccola. Oggi,
invece, l'idrogeno fornisce, grazie al "ciclo dell'idrogeno", un'ottima
alternativa alla co-generazione tramite combustibili fossili e alle
batterie per l'accumulo di energia da fonti rinnovabili.

In pratica, le componenti principali di un moderno sistema ibrido
autosufficiente (stand-alone)
per la produzione continua di energia - basato, per la cogenerazione di
elettricità, sul ciclo dell'idrogeno - comprendono le seguenti:
un sotto-sistema
che produce
energia da fonte/i rinnovabili (eolico, solare, etc.), la quale nei
periodi di surplus viene immagazzinata per far fronte ai periodi di
carenza (nei sistemi grid-connected,
invece, era la rete il "serbatoio" a cui attingere);
un sotto-sistema
per l'accumulo
sotto forma di idrogeno dell'energia in surplus, composto da (1) un elettrolizzatore che produce H2
tramite elettrolisi dell'acqua e da (2) un'unità per
immagazzinare l'idrogeno come gas ad alta pressione o liquido;
una cella a combustibile, ovvero un
apparato che produce elettricità direttamente dall'idrogeno
accumulato, dando come prodotti di scarto acqua e calore. Dunque, la
cella fa da (co-)generatore usando come combustibile l'idrogeno.
Le celle a combustibile sono
sistemi elettrochimici capaci di convertire l'energia chimica di un
combustibile (in genere, idrogeno) direttamente in energia elettrica,
senza l'intervento intermedio di un ciclo termico, ottenendo pertanto
rendimenti di conversione più elevati rispetto a quelli
ottenibili per via termica (ad es., bruciando gas in una turbina, o
idrogeno in un
tradizionale motore a scoppio).
Dunque, una cella a combustibile funziona in modo simile a una batteria (ad es. d'auto) o a una
pila, in quanto produce energia
elettrica attraverso un processo elettrochimico. Tuttavia, a
differenza di una batteria, consuma sostanze
provenienti dall'esterno ed è quindi in grado di funzionare
senza interruzioni finché al sistema viene fornito combustibile
(idrogeno) e ossidante (ossigeno o aria).
Rispetto alle batterie, le celle a
combustibile hanno tre importanti vantaggi: durano di più,
pesano di meno, e non necessitano di lente ricariche, bensì solo
di essere ri-alimentate aggiungendovi idrogeno, un'operazione veloce.

Le celle a combustibile, grazie alle loro spiccate
caratteristiche di
modularità, flessibilità, rendimento e
compatibilità ambientale,
possono trovare proficuamente applicazione sia presso utenti con
piccoli impianti di generazione elettrica (da pochi kW fino al MW) che
presso grandi utenti (quali industrie, aziende elettriche, etc.) con
impianti di taglie più grandi, fino a qualche decina di MW.
Le fonti rinnovabili sono capaci di generare
energia in un modo economico e conveniente, specie se si tiene conto
delle "esternalità" delle fonti di energia convenzionali come il
petrolio, che è una risorsa finita, è assai inquinante
per l'ambiente,
finanzia regimi instabili e obbliga a disporre
truppe nei luoghi di produzione e anche di transito.
Inoltre, le rinnovabili sono fonti "pulite" di energia. La Seconda
Rivoluzione Industriale, invece, ha visto lo sfruttamento
intensivo degli idrocarburi, necessari alla sua tecnologia, e dunque
del ciclo del carbonio, che ha prodotto emissioni nell'atmosfera di CO2
e di altri gas serra che stanno provocando un pericoloso riscaldamento
globale.

Quindi, utilizzare le fonti rinnovabili vuol dire ridurre la nostra dipendenza dal petrolio, aumentare la sicurezza energetica del Paese e diminuire le emissioni inquinanti e di gas serra.
La scala dei tempi per la costruzione di centrali nucleari -
addirittura 10 anni in Italia - non è affatto compatibile con
l'impellenza dei problemi legati all'aumento dei costi petroliferi e al
rapido riscaldamento del pianeta.
Inoltre, le centrali nucleari sono molto costose, e l'utilizzo
dell'uranio su vasta scala porterebbe al suo rapido esaurimento.
L'Italia, peraltro, non dispone del prezioso uranio, per cui rimarrebbe
intatta la sua dipendenza energetica dall'estero.

Infine, nella provincia di Latina, che ospita la centrale nucleare
del Garigliano (vedi la figura qui sopra), il tasso di mortalità
per cancro è del 21%, tre volte più alto della media
nazionale, e nelle zone più vicine all'impianto sale al 44%.
E non si contano le gravissime malformazioni ai neonati e agli
animali prodotte oggi da questa "Chernobyl" italiana, che dal 1963 al
1982 ha avuto vari incidenti in parte tenuti nascosti i quali hanno
contaminato una vasta area di mare tra il Volturno e il Circeo.
Una cella a combustibile è composta da due elettrodi in materiale poroso separati da un elettrolita. Gli elettrodi fungono da siti catalitici per le reazioni di cella che consumano fondamentalmente idrogeno e ossigeno, con produzione di acqua e di corrente elettrica.
Una singola cella produce normalmente una tensione di circa 0,7 V, e
correnti comprese fra 300 e 800 mA/cm2. Quindi, per ottenere il
voltaggio desiderato, più celle sono disposte in serie, a mezzo
di
piatti bipolari, a formare il cosiddetto "stack". Gli stack, a loro
volta, sono assemblati in moduli per ottenere generatori della potenza
richiesta.

Esistono diverse tecnologie di cella, con diverse caratteristiche e
diverso grado di sviluppo. Normalmente le celle vengono classificate
sulla base dell'elettrolita utilizzato (celle alcaline, ad elettrolita
polimerico, ad acido fosforico, a carbonati fusi, a ossidi solidi) o
della loro temperatura di funzionamento (celle a bassa e alta
temperatura).
Le celle a elettrolita polimerico
sono usate per la trazione e per la cogenerazione di piccola
taglia (1-250 kW); le celle ad acido
fosforico per la cogenerazione nei settori residenziale e
terziario (100-200 kW); infine, le celle a carbonati fusi e quelle a ossidi solidi per la
cogenerazione da qualche centinaio di kW ad alcune decine di MW.